Infiammazione sistemica di basso grado, il nemico silenzioso

Cos’è l’infiammazione?

L’infiammazione è un importantissimo processo che l’organismo mette in atto nelle più diverse situazioni di emergenza, come ad esempio durante un attacco da parte di un microrganismo (virus, batteri, parassiti) oppure in seguito all’azione lesiva di un agente fisico come un trauma, un’ustione o un danno da un agente chimico. La funzione del processo infiammatorio è quella di limitare al massimo l’azione lesiva del danno nei confronti dell’organismo, rimuoverne la causa e iniziare il processo di guarigione.

Per raggiungere tutti questi obiettivi entrano in gioco tantissimi meccanismi che coinvolgono diversi sistemi dell’organismo, dal sistema immunitario al sistema circolatorio, e la perfetta coordinazione di tutti questi attori porta poi alla risoluzione del problema iniziale e alla restitutio ad integro, cioè alla completa guarigione e rigenerazione del tessuto coinvolto. Pensiamo ad esempio a un piccolo taglio: si avrà all’inizio la coagulazione del sangue, poi la zona interessata risulterà gonfia e dolente poiché verrà irrorata maggiormente dal sangue promuovendo così l’invasione dalle cellule del sistema immunitario che impediranno l’instaurarsi di infezioni e in seguito si avrà la formazione di un nuovo tessuto integro il più possibile funzionale e identico all’originale.

Cos’è l’infiammazione sistemica di basso grado?

Quello appena descritto è il processo acuto dell’infiammazione, quello che come abbiamo visto risponde immediatamente ad un danno.

Esiste però anche un processo infiammatorio definito cronico ed è caratterizzato (tra l’altro) dalla maggiore durata nel tempo, può essere un esempio il caso in cui un parassita NON possa venire completamente eliminato dall’organismo: in questo caso il sistema immunitario reagisce in modo continuo nel tempo alla presenza del corpo estraneo in modo da circoscriverlo ed evitarne la replicazione e l’estendersi dell’infezione.

Esiste anche un terzo tipo di infiammazione che negli ultimi anni si sta rilevando sempre più coinvolto in tantissime patologie: l’infiammazione cronica sistemica di basso grado (anche nota come infiammazione cronica silente).

Questa condizione condivide con l’infiammazione acuta e cronica moltissimi meccanismi, ad esempio il sistema immunitario, e le molecole mediatrici da esso prodotte (le cosidette chitochine) sono senza dubbio la componente più coinvolta del processo.

La differenza sostanziale è che i sintomi clinici (cioè le manifestazioni visibili) sono molto variabili e possono essere anche non particolarmente evidenti. Ma è soprattutto l’estensione del processo infiammatorio a fare la differenza: l’infiammazione cronica silente non è limitata ad un solo organo o ad una sola porzione di un tessuto come ad esempio accade in un livido, ma riguarda invece l’intero organismo. Nell’infiammazione cronica di basso grado, infatti, si ha una continua produzione di alcune citochine e di altre proteine che sono le responsabili della produzione di un continuo stato infiammatorio diffuso. Questo stato infiammatorio, nascosto, lieve, ma continuo nel tempo e diffuso in tutto l’organismo, è presente in una grandissima quantità di patologie come ad esempio il diabete di tipo II, le malattie neoplastiche, le malattie infiammatorie croniche, le malattie cardiovascolari e l’obesità.  È inoltre molto probabile che, nel caso di alcune patologie, l’infiammazione cronica silente sia contemporaneamente la causa (o una delle cause) e una conseguenza della patologia, creando così un circolo vizioso, come sembra essere, ad esempio, per il diabete di tipo II e la progressione aterosclerotica. In altri casi invece il rapporto tra patologia e infiammazione cronica sistemica non è ancora chiaro. Le principali citochine e proteine di segnalazione proinfiammatorie maggiormente coinvolte nell’infiammazione sistemica sono le interleuchine 6, 8 e 1beta, il TNF-α, VCAM-1e la proteina C-reattiva.

Da dove origina lo stato infiammatorio cronico sistemico?

Ora che sappiamo che cos’è l’infiammazione cronica di basso grado dobbiamo cercare di capire da dove origina, cioè qual è la sede primaria di produzione delle citochine e degli altri fattori infiammatori coinvolti nel processo. Attualmente due sono le sedi ritenute essere maggiormente coinvolte nella produzione di questo stato: una è il tessuto adiposo e l’altra è l’intestino. Per il primo caso è noto ormai da circa 25 anni che il tessuto adiposo non è solo una sede di deposito dove vengono immagazzinate le riserve dell’organismo ma è un organo con una vera e propria funzione endocrina, produce cioè molecole che vengono rilasciate nel sangue e  possono così agire a distanza su vari organi, tessuti e tipi cellulari.

Alcune di queste molecole sono importanti nella regolazione dell’equilibrio fame-sazietà (leptina/adiponettina) ma anche le già citate citochine infiammatorie il-6 e TNF-α sono prodotte nel tessuto adiposo e rilasciate in tutto l’organismo, contribuendo così alla creazione di uno stato infiammatorio latente e secondo alcuni autori sarebbe una delle cause che portano ad esempio, alla comparsa del diabete di tipo II.

Secondo alcuni studi esiste anche una relazione lineare fra la quantità totale di massa grassa e le citochine prodotte, cioè più massa grassa è presente e maggiore è la quantità di citochine rilasciate in circolo, anche se esiste una grande variabilità fra gli altri fattori, come l’età e il sesso.

Negli ultimi tempi però l’attenzione sull’intestino da parte di ricercatori specializzati sembra essere notevolmente aumentata poichè sembra molto probabile che, specialmente in alcune condizioni, sia proprio l’intestino la sede maggiormente implicata nella produzione di molecole infiammatorie. Il perché è presto detto: il contenuto dell’intestino, come è facile immaginare, è un ambiente ricchissimo di batteri, frammenti di batteri (come il lipopolisaccaride-LPS) e sostanze da essi prodotte (le batteriochine), tutti elementi potenzialmente in grado di causare un’eccessiva attivazione del sistema immunitario e della risposta infiammatoria. In condizioni normali ciò non si verifica poiché l’intestino (organo nel quale c’è una grandissima presenza di elementi del sistema immunitario) costituisce una barriera molto selettiva: lascia passare i nutrienti e i liquidi ma non i batteri, le batteriochine e il  LPS. In alcune condizioni si può instaurare una sorta di permeabilità intestinale che risulta in una grande attivazione del sistema immunitario e una conseguente grande risposta infiammatoria sia locale che sistemica.

Quali possono essere le conseguenze sulla salute?

Ricapitolando: uno stato infiammatorio cronico sistemico è sicuramente presente in tantissime patologie anche estremamente diverse fra loro e se in generale è ancora presto per pensare che costituisca la causa di queste patologie appare comunque abbastanza chiaro che in alcuni casi giochi un ruolo molto importante.

Molti autori però iniziano a sospettare che uno stato infiammatorio sistemico persistente possa essere effettivamente la causa, o una delle cause,  di alcuni disturbi, anche molto importanti e molto comuni tra la popolazione, per le quali non ci sono delle cause ben definite e conosciute: alcuni esempi sarebbero dolore cronico diffuso a muscoli e articolazioni, insonnia, disturbi di ansia, irritabilità e depressione, stanchezza cronica, fibromialgia, ma anche malattie neurodegenerative, patologie autoimmuni, impotenza e infertilità, accumulo di peso o difficoltà nel perderlo e disturbi dell’apparato gastrointestinale infezioni frequenti.

Quali sono i fattori di rischio?

Alcuni fattori di rischio, cioè le condizioni che predispongono all’instaurarsi di una patologia, sono noti da diverso tempo: diversi studi hanno infatti dimostrato come al diminuire di uno o più di questi fattori di rischio corrisponda effettivamente una diminuzione del grado di infiammazione sistemica, valutato dalla diminuzione nel sangue di alcune citochine proinfiammatorie e da un innalzamento della concentrazione di alcune citochine antinfiammatorie.

I principali fattori di rischio fino ad ora identificati sono i seguenti:

  • Età
  • Obesità
  • Inattività fisica, sedentarietà, iperalimentazione
  • Dieta ipercalorica ricca di zuccheri semplici, grassi saturi e trans
  • Fumo
  • Stress e insonnia
  • Malattie infiammatorie croniche intestinali

Ognuno di questi fattori è infatti in grado di influire negativamente sullo stato infiammatorio ed è inoltre abbastanza evidente come fra di essi ci sia un alto grado di interconnessione. L’Obesità, a causa della produzione di citochine proinfiammatorie da parte del tessuto adiposo, è un pericoloso fattore di rischio ed è interconnesso naturalmente con l’inattività fisica e con l’iperalimentazione. È molto probabile, come già discusso, che anche nel caso delle malattie infiammatorie croniche intestinali si abbia una produzione massiva di molecole proinfiammatorie. Anche lo stress e il fumo sono ritenuti dei fattori di rischio importanti, così come l’età.

Cosa può fare l’alimentazione?

Come abbiamo visto l’alimentazione è punto di convergenza di diversi fattori di rischio: un’alimentazione eccessiva, anche se costituita da alimenti salutari può portare all’obesità, così come uno stile alimentare caratterizzato da una grande quantità di zuccheri semplici e grassi saturi/trans può essere un fattore di rischio. Una dieta non adatta ad una situazione come il colon irritabile o a disturbi come la gluten sensitivity può anch’essa essere parte del problema.

A mio avviso un approccio nutrizionale volto a diminuire lo stato infiammatorio dovrebbe basarsi su alcuni principi:

  • Essere tendenzialmente low-carb, cioè più orientato verso il consumo di proteine e grassi rispetto al consumo di carboidrati, specialmente in caso di sovrappeso o obesità
  • Contemplare una bassissima o nulla presenza di zuccheri semplici e una modesta presenza di zuccheri derivati dalla frutta
  • Prevedere una grande quantità di fibre, attentamente studiata in caso di disturbi intestinali quali colon irritabile, diverticoli, colite, o patologie infiammatorie intestinali in acuto
  • Essere praticamente priva o estremamente povera di grassi saturi (carni grasse, latticini, alcuni oli vegetali ecc) e grassi trans (margarine, fritture, snack, dolci ecc)
  • Essere ricca di acidi grassi monoinsaturi e poli insaturi come gli omega 3: il migliore rappresentante dei grassi monoinsaturi e l’olio d’oliva mentre gli omega 3 si ritrovano in abbondanza nel pesce azzurro, nei pesci grassi come il salmone, lo sgombro e le sardine o nella frutta secca noci, mandorle
  • Avere una buona componente proteica derivante principalmente da pesce, carne bianca e uova

Un discorso a parte lo merita la flora batterica intestinale, oggetto di studi sempre più approfonditi e interessanti: esiste infatti un equilibrio fra batteri “buoni” in grado di vivere in simbiosi e scambiare preziose sostanze nutrienti con le cellule dell’intestino e batteri più opportunisti che invece si replicano a discapito della salute di queste ultime, causando, naturalmente una risposta del sistema immunitario e infiammazione, oltre a sintomi sgradevoli come gonfiore e dolore. Una dieta corretta e antinfiammatoria dovrebbe prevedere naturalmente anche l’introduzione di batteri “buoni” e il loro mantenimento tramite il consumo di particolari alimenti che fungono da nutrimento.

Per i lettori più appassionati alla fisiologia lascio il link di un lavoro che mi ha visto coautore ai tempi del dottorato, nel quale abbiamo analizzato diversi parametri metabolici compresi alcun legati allo stato infiammatorio sistemico in diverse popolazioni, evidenziando che esistono importanti differenze legate al sesso e, per le donne, alla condizione di menopausa.

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/26941571

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